» 05|Genitori e figli  
 


 

 
Santorre di Santa Rosa ed i suoi 5 figli  - Museo Nazionale del Risorgimento - Torino  

Per quanto riguarda il rapporto tra genitori e figli, l’età del Risorgimento rappresenta una fase di passaggio: al tradizionale modello patriarcale, basato sul ruolo dominante del padre e sulla sua autorità, progressivamente si affianca, presso le classi alte e medie urbane, un nuovo modello di matrice romantica basato sulla centralità dei sentimenti e la cura dei figli.

Il clima e la cultura del romanticismo, insieme ai principi liberali in rapida diffusione, se da un lato avevano favorito l’affermarsi di una nuova etica e di nuovi comportamenti basati appunto sull’importanza dei sentimenti, dall’altro influenzavano i rapporti tra genitori e figli anche per un altro motivo.

Infatti quel clima e quella cultura alimentavano inclinazioni e valori di tipo individualistico, che spingevano molti giovani allo scontro con la famiglia se questa ostacolava le loro scelte affettive (con un matrimonio deciso dai genitori alla luce, come solitamente avveniva, di considerazioni di tipo socio-economico) oppure la loro vocazione professionale o artistica. I protagonisti di questo scontro erano prevalentemente i figli maschi, vista la posizione largamente subordinata occupata allora – e ancora per molto tempo – dalle figlie femmine.

Una eccezione tra le più note è rappresentata dalla vicenda di Enrichetta Di Lorenzo che, dopo aver subìto non ancora ventenne il matrimonio combinato per lei dai genitori, alcuni anni dopo lasciò marito e tre figli per fuggire assieme a Carlo Pisacane, suo grande amore di gioventù.

Nella società di antico regime la centralità della figura paterna era stata ben testimoniata dalle lettres de cachet, attraverso le quali un padre poteva richiedere l’intervento delle autorità contro il figlio che si fosse rifiutato di ubbidire alla sua volontà. È questo ad esempio che capitò al giovane Cesare Beccaria dopo che, nel 1761, aveva confessato al padre la propria intenzione di sposare una giovane contro la volontà della famiglia.

«La supplico dunque – scriveva Cesare al padre – per le viscere di Gesù Cristo di non più oltre impedire l’esecuzione di questo matrimonio né di più ulteriormente violentare la mia volontà e la mia coscienza». Per tutta risposta – ha scritto la storica Luisa Levi D’Ancona – il padre chiese l’intervento del governo, che condannò Cesare a non uscire di casa, insomma a una sorta di arresti domiciliari.

Al principio dell’Ottocento, la codificazione napoleonica non eliminò affatto il ruolo centrale che entro la famiglia spettava al padre nel rapporto con i figli. Con la Restaurazione il diritto di famiglia vedeva confermata, pur con le differenze esistenti nella legislazione dei vari Stati italiani, la assoluta centralità della figura paterna.

Unica eccezione il Regno Lombardo-Veneto, dove venne introdotto il codice civile austriaco che «sottraeva la donna alla necessità dell’autorizzazione maritale, limitava la potestà paterna nel tempo e in intensità e consentiva il divorzio anche se solo ai non cattolici» (L. Levi D’Ancona). La patria potestà generalmente cessava una volta che il figlio avesse raggiunto una determinata età. Caso limite quello della legislazione piemontese, che ne disponeva la fine solo con la morte del padre.

La centralità dell’autorità paterna (attenuata ma non eliminata dopo l’Unificazione con il codice Pisanelli del 1865) si rifletteva nel trattamento riservato al primogenito grazie all’istituto del maggiorascato che, per garantire l’integrità del patrimonio familiare, stabiliva che esso restasse indiviso e fosse trasmesso al figlio maggiore. Anche quando il maggiorascato venne abolito, restò comunque diffusa la tendenza a favorire il primogenito attraverso le disposizioni testamentarie.

 

 
Fratelli D'Alessandri - La famiglia reale del Regno delle Due Sicilie in esilio a Roma - 1881 ca. - fotografia - Archivio fotografico comunale - Roma  

Nelle famiglie nobili e borghesi l’educazione – si riteneva – doveva soprattutto abituare bambini e ragazzi alle difficoltà della vita, sottoponendoli dunque a tutta una serie di prove: di qui, ad esempio, il divieto di lamentarsi per la fame, la sete o la stanchezza durante una lunga passeggiata; oppure il rifuggire da troppo esplicite manifestazioni di affetto al fine di temprare il carattere «virile» dei figli maschi. L’obbedienza costituiva il perno dei rapporti familiari tra i genitori (soprattutto il padre) e i figli.

Come scrisse nelle sue memorie Massimo d’Azeglio, «i bambini, per legge di natura, debbon formarsi per autorità e non per libero esame. Sfido un padre, e più una madre, a poter rispondere a tutti i perché dei figliuoli, altrimenti che con la frase: perché lo dico io! […] È quindi una ragazzata quanto un’idea falsa […] quel trattamento alla pari, quel darsi di tu, fra padri e figliuoli; quel lasciarli metter bocca a tutto, e di tutto domandar ragione».

Eppure, una volta sottolineata la centralità nell’educazione della figura paterna e del principio di obbedienza, occorre anche ricordare come in molte famiglie il padre cominciasse già a manifestare una nuova sensibilità affettiva. Di questa nuova figura paterna in cui convivevano autorità e sentimento è esempio proprio il padre di Massimo d’Azeglio, Cesare.

Dedicatosi con molta partecipazione all’educazione dei propri figli, il marchese d’Azeglio aveva cercato di trasmettere loro i valori della tradizione monarchica e cattolica facendo ricorso a una pedagogia fondata sulla severità: quando una figlia si presentò in ritardo al pranzo, ordinò che le si servisse la minestra sul terrazzino coperto da un dito di neve.

Ma, come ha ricordato il figlio Massimo, quel padre severo, politicamente reazionario, quando c’era da partir presto per qualche viaggio, «veniva accanto al mio lettuccio e cominciava a cantare una canzoncina», perché il risveglio non risultasse troppo brusco. Di fronte allo scarso interesse mostrato dal giovane Massimo per gli incarichi di corte e per la carriera militare, Cesare d’Azeglio finirà con l’accettare (siamo negli anni ’20) che il figlio si dedichi a un’attività davvero sconveniente a quell’epoca per un nobile: la pittura. Aveva lasciato dunque che sugli interessi e le tradizioni della famiglia prevalessero le inclinazioni e le passioni del figlio.

Vent’anni dopo, troviamo un analogo alternarsi di richiami all’autorità e manifestazioni di affetto nelle lettere che Vincenzo Pianciani, nobile e proprietario terriero umbro, scrisse al figlio Luigi a partire dalla fine degli anni ’40. Leale suddito pontificio, non condivideva le scelte politiche del figlio, che erano invece ispirate a posizioni democratico-mazziniane. Le sue lettere – che ribadivano il disaccordo politico, la preoccupazione per la sorte di Luigi, le rimostranze per l’ingratitudine che quest’ultimo mostrava, non seguendo i consigli paterni – indicano come nei rapporti padre-figlio fosse avvenuto, o stesse avvenendo, un decisivo passaggio dalla deferenza all’intimità, dal linguaggio del comando e dell’obbedienza a quello degli affetti.

Naturalmente un tale passaggio denota, più che un compiuto mutamento, una trasformazione in atto che produceva poi i suoi effetti in modi e con intensità diversi nelle diverse parti della penisola e nei diversi ambienti sociali (sempre, è bene ribadirlo, limitatamente alle classi alte e medie urbane).

In generale, si può comunque osservare che, attorno al 1848, il conflitto politico tra padri e figli venne in parte attenuandosi poiché l’orientamento dei figli spesso corrispondeva a quello dei genitori, almeno nella comune aspirazione all’indipendenza dallo straniero.


 

 
I 3 fratelli Cairoli ancora vivi nel 1861 con la madre Adelaide. Da sinistra: Benedetto, Enrico e Giovannino. - 1861 ca. - fotografia - Istituto per la Storia del Risorgimento - Roma  

È in un contesto del genere, in cui sentimenti patriottici e affetti familiari si alimentavano vicendevolmente, che va inserita una lettera come quella che Emilio Morosini, da qualche mese volontario nei bersaglieri lombardi, scrisse alla sorella Annetta nell’ottobre 1848: «Scriveteci sempre, scriveteci tutti i giorni e tutti i pettegolezzi che accadono in famiglia; così mi parrà d’esser ancora con voi; datemi le notizie di tutti i nostri amici, ditemi chi vi viene a far visita, se andate a Lugano, se fate delle passeggiate, e poi assicuratemi che voi pensate spesso a me».

Il progressivo affermarsi della dimensione dell’«amore romantico» poteva far sì che, presso i ceti medio-alti, il ruolo della madre nella vita familiare si facesse meno subordinato. Tuttavia, per la maggioranza delle donne il matrimonio continuava ad essere deciso dalla famiglia secondo precise strategie di convenienza economica e di conservazione o miglioramento dello status sociale. Il destino delle figlie, la possibilità o meno di uscire dalla famiglia attraverso il matrimonio, erano fortemente condizionati dal regime dotale, vale a dire dai beni che la giovane riceveva dalla famiglia stessa al momento del matrimonio.

Come ha osservato una studiosa, «con la parziale eccezione del Lombardo-Veneto, il diritto di famiglia degli Stati preunitari sanzionava l’inferiorità femminile sia in termini di relazioni personali e patrimoniali tra marito e moglie sia in termini di educazione dei figli e di diritti successori» (Marta Bonsanti).

La condizione di inferiorità giuridica della donna era moltiplicata nei suoi effetti dal prevalere di una concezione che vedeva nella famiglia e nella casa l’ambito esclusivo di vita di ogni donna sposata: «La condizione naturale della moglie – scriveva Antonio Rosmini negli anni ’40 – è riposta […] nell’amore disinteressato al marito e nel sacrificio».

All’interno di un quadro segnato dal ruolo prevalente del padre, l’età del Risorgimento vide anche l’affermarsi – certamente in una dimensione quantitativamente limitata, ma simbolicamente molto significativa – della figura delle «madri risorgimentali» (Marina d’Amelia).

 


 

  Fratelli Vianelli - Margherita di Savoia e il figlio Vittorio  Emanuele III - fotografia - Museo Centrale del Risorgimento - Roma

Maria Mazzini, Eleonora Ruffini, infine Adelaide Cairoli che perse quattro dei suoi figli nelle battaglie per l’indipendenza, costituiscono gli esempi più noti di un nuovo modello di madre (furono tutte e tre legate, si noti, al mazzinianesimo, che si conferma così, anche per l’elaborazione di questa nuova figura materna, come una sorta di grande fabbrica di valori, simboli, modelli di comportamento per l’intera generazione risorgimentale).

Si trattava in generale, al di là dei casi appena citati, di madri che avevano stabilito un rapporto privilegiato e particolarmente intenso con il figlio o i figli impegnati nella lotta politica.

Questo rapporto era fatto di condivisione delle idee per cui questi ultimi lottavano, ma anche di una comunanza più profonda e intima, di una confidenza totale tra madre e figlio: come aveva scritto a Mazzini la madre Maria, in una delle tantissime lettere che i due si scambiarono, «la vera essenza di tutto te stesso non è dato che a me di conoscerla profondamente».

C’erano sentimenti di affetto e di abnegazione nel rapporto che le «madri risorgimentali» stabilirono con i loro figli (figli che non poche volte esse persero prematuramente); ma c’era anche la possibilità, attraverso quel rapporto privilegiato, di ottenere indirettamente una realizzazione di sé che le norme giuridiche, gli usi e costumi, la mentalità dell’epoca ancora escludevano.

Documenti
 

Un padre e un figlio tra dissenso politico e affetti

La lettera che segue, scritta nel luglio 1852 da Vincenzo Pianciani (nobile e proprietario terriero umbro) al figlio Luigi («Giggi») esule a Londra, è indicativa di un nuovo rapporto tra padre e figlio: a un codice basato prevalentemente sull’autorità si va sostituendo un linguaggio che tiene sempre più conto dei sentimenti. La persona che Luigi aveva incontrato a Londra nonostante la proibizione del padre era presumibilmente Mazzini.

Vincenzo Pianciani al figlio Luigi. Carteggio 1828-1856, a cura di S. Magliani, vol. IV, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano – Comitato di Roma, 1996, pp. 1835-1836.

 

L’esortazione di una madre al figlio e al marito volontari

In questa lettera del giugno ’48, scritta al marito Michele e al figlio Antonio volontari nel battaglione universitario toscano, Caterina Franceschi Ferrucci si sforza di anteporre al desiderio di riabbracciare i suoi cari i doveri verso la patria (si noti il suo «resisto virilmente»). Si tenga presente che Michele Ferrucci era discendente da quel Francesco Ferrucci che aveva comandato le milizie fiorentine durante l’assedio di Firenze del 1530 da parte delle truppe di Carlo V; una figura che, sulla scia dell’opera di Francesco Domenico Guerrazzi (L’assedio di Firenze, 1836), era diventata oggetto di un vero e proprio culto patriottico.

Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze, a cura di L. Villari, IV, Roma, Biblioteca di Repubblica-L’Espresso, 2007, pp. 624-626.