» 02|La libertÓ  
 
 


 

  Rondò finale nell'opera Italia Libera. Allegoria per la libertà d'Italia con Garibaldi e Vittorio Emanuele II protagonisti

 

Il richiamo alla «libertà» ebbe uno straordinario valore mobilitante in una società come quella italiana del primo Ottocento, dove mancava il riconoscimento di alcuni tra i diritti più elementari. A cominciare dalla libertà di opinione, negata dalle disposizioni di censura esistenti nei vari Stati.

Neppure la corrispondenza privata – come ben sapevano all’epoca quanti si scrivevano lettere – era immune dalla occhiuta vigilanza della polizia. Molti dei più importanti testi politici dell’epoca risorgimentale dovettero essere stampati all’estero e poi introdotti clandestinamente in Italia. La funzione di guida che il Piemonte assunse dopo il 1848 ebbe proprio a che fare con il fatto che il Regno di Sardegna era diventato uno Stato costituzionale, perciò l’unico nella penisola in cui venivano riconosciuti alcuni essenziali diritti di libertà.

L’aspirazione alle libertà civili e politiche, che implicavano drastici mutamenti interni agli Stati (legati anzitutto all’ottenimento di una costituzione), faceva spesso tutt’uno con l’aspirazione alla libertà (cioè all’indipendenza) nazionale: aspirazioni, l’una e l’altra, che a partire dalla vigilia del 1848 coinvolsero settori sempre più ampi dell’opinione pubblica.

Le idee sulla libertà civile e politica si erano diffuse in Italia soprattutto a partire dagli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione francese. Nel 1796 l’Amministrazione generale della Lombardia, ad esempio, bandì un famoso concorso su «quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia».

Dopo il 1815, in una situazione che vedeva il restaurato potere di governi dispotici, la carboneria poneva al centro del proprio programma cospirativo le richieste di libertà e costituzione, strettamente associate. Con i moti costituzionali del 1820-21 e 1831 si manifestava appunto quella associazione tra richiesta di libertà individuale e aspirazione alla libertà nazionale, cioè all’indipendenza dallo straniero, che doveva caratterizzare le varie fasi del processo risorgimentale, anche se con alcune differenze tra le varie correnti politico-ideali.

Il tema della libertà era centrale in Camillo Cavour, uno degli esponenti politici dell’epoca risorgimentale più in sintonia con i valori e le tendenze del contemporaneo liberalismo inglese e francese.

Da parte sua, il liberale moderato Cesare Balbo giudicava che il centro del problema italiano consistesse nell’ottenimento dell’indipendenza, che doveva avere la precedenza su qualunque obiettivo di libertà interna ai singoli Stati.

Per due democratici come Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari era vero il contrario, era cioè la libertà entro ciascuno Stato della penisola che doveva essere assunta a valore primario: «se vuol darsi il nome di straniero al nemico – scriveva Ferrari –, lo straniero non è solo l’Austriaco, è il barone che opprime il terrazzano, è il prelato che non ha né patria, né famiglia; il barbaro non sta solo a Milano e a Venezia, egli regna a Roma, dove rappresenta la supremazia di un errore cosmopolita [...]». Quest’ultima posizione implicava una distinzione polemica anche nei confronti di Giuseppe Mazzini e del suo movimento.

È vero infatti che Mazzini non cessò di esaltare la libertà dell’individuo; concepiva però questa libertà soltanto come un mezzo, non potendo ammettere che il fine vero e supremo dell’azione politica – l’indipendenza nazionale – venisse sottoposto a discussione.


 

 
S. Carnevali - Camillo Benso di Cavour - dipinto - Museo del Risorgimento - Firenze  

La concezione della libertà di Mazzini, e in generale dei movimenti democratici e nazionali dell’Ottocento, poneva infatti al centro non l’individuo ma la collettività e la sua liberazione. Si trattava di una libertà concepita appunto non come attributo del singolo, ma come richiesta di riconoscimento e di emancipazione per la comunità della quale esso faceva parte.

Un’ultima caratteristica relativa alla presenza dell’idea di libertà nella cultura politica del Risorgimento sta nel fatto che i liberali eredi di Cavour si ispireranno a una concezione della libertà (e del liberalismo) molto diversa da quella classica di matrice franco-inglese, che concepiva la libertà individuale anzitutto come libertà nei confronti dello Stato.

Per costoro – gli esponenti della Destra storica, come poi vennero chiamati – la libertà finiva con l’identificarsi con lo Stato stesso, sia pure concepito, sulla scia della filosofia hegeliana cui si ispiravano, come «intrinseco a noi», «come un grande individuo distinto dai piccoli individui, che ci comanda, ci obbliga e ci sforza al bene comune» e costituisce perciò «il nostro volere stesso» (come scrisse uno dei maggiori esponenti della Destra storica, Silvio Spaventa).

Documenti
 

Mazzini e la libertà come «mezzo»

In una delle sue opere più famose, Fede e avvenire (1835), Mazzini affermava che la dottrina dei diritti individuali era ormai superata e che la libertà del singolo non avrebbe dovuto significare libertà di perseguire i propri fini individuali, ma libertà di scegliere i mezzi attraverso i quali perseguire il fine collettivo.

G. Mazzini, Scritti politici, a cura di T. Grandi e A. Comba, Torino, Utet, 1987, pp. 453-454.

 

La libertà economica secondo Cavour

In un discorso alla Camera dell’aprile 1851 Cavour (allora ministro di Marina, agricoltura e commercio) sostenne l’importanza dei princìpi del libero scambio per il progresso di uno Stato.

C. Benso di Cavour, La libertà come fine. Antologia di scritti e discorsi (1846-1861), Roma, Ideazione, 2002, pp. 136-140.

 

Libertà e storia d’Italia

La Storia delle repubbliche italiane del medio evo di Jean-Charles-Léonard Sismonde de Sismondi, pubblicata in 16 volumi tra il 1807 e il 1818, fu una delle opere che più influenzò i patrioti del Risorgimento. Pubblicandone una sorta di riassunto nel 1832, Sismondi ricordava come la libertà fosse stata riportata in Italia da Napoleone e come fosse poi stata di nuovo tolta agli italiani con la Restaurazione; concludeva  però con la fiducia che essi in futuro avrebbero potuto godere di quella libertà che avevano affermato al tempo della civiltà comunale.

J.-C.-L. Sismonde de Sismondi, Storia delle Repubbliche italiane, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, pp. 362-364.