» Ortese Anna Maria  
1914 - 1996
 

 

 

Anna Maria Ortese nasce a Roma nel 1914, durante la prima guerra mondiale, penultima di sei bambini. La sua è una famiglia assai modesta di piccoli impiegati. Nei primi anni di vita, Anna Maria vive soprattutto con la madre e la nonna materna. Il padre infatti è al fronte e tornerà solo alla fine della guerra.

Sono anni segnati da molti spostamenti geografici: prima la Puglia, poi Portici (vicino Napoli), poi ancora, a guerra finita, Potenza, fino a quello che dovrebbe essere un approdo più stabile: la Libia, a Tripoli.

Lì il padre, avendo ottenuto una concessione, fa costruire una casa, che però sarà presto abbandonata. La famiglia torna in Italia, a Napoli, senza la nonna, che è morta qualche giorno prima dell’ulteriore trasferimento.

Il viaggio in nave, che la porta dalla Libia a Napoli segna un’esperienza percettiva che solo anni dopo la Ortese racconterà:

«Varcando il mare per rientrare in Italia, durante un viaggio di due giorni, mi colpì in modo intenso il duplice moto risultante dalla nave che solca l’acqua azzurra, e dall’acqua azzurra che, pur non essendo la medesima di un attimo prima, si presenta come la medesima. Il medesimo luogo, pensavo, non vuol dire dunque l’identico tempo e situazione.

Questo doppio scorrere del meccanismo: vita e luogo nel meccanismo tempo, fu per me un’ombra. La nave correva correva, e io sempre a guardare lo stesso mare, e intanto la situazione della nave era altra: in luogo apparentemente uguale ma diverso; e quello di prima – il luogo di ieri – era irrevocabilmente sparito. Così, c’era questo problema del tempo – delle dimensioni e i luoghi dove le cose passavano. Così, le cose passavano!. E irrevocabilmente, sembrava. E logicamente, tutto quanto accadeva – se la sua parte seconda era il non esistere più – era cosa illusoria.

Questa qualità del tempo, di formare le cose per poi cancellarle, agì in modo profondo sulla mia mente, insieme alle forme, e continuamente mi si proponeva come un enigma. Il tempo si consumava: che ne era delle forme espresse da ogni tempo?».

Anna Maria studia qui e là in scuole pubbliche, ma senza entusiasmo, e presto lascia gli studi. Da allora in poi, farà da sola, studiando pianoforte e soprattutto leggendo. Scopre, ad esempio, le opere di Allan Poe e se ne appassiona.

Nel gennaio del ‘33 muore alla Martinica, dove si trovava con la sua nave, il fratello Emanuele, marinaio. Viene lasciato a Fort-de-France. Alcune poesie, scritte qualche mese dopo la morte di Emanuele, e inviate alla Fiera Letteraria, vengono pubblicate da questa rivista, e le valgono qualche elogio e il primo incoraggiamento a scrivere. L’anno successivo, sempre per la stessa rivista, scriverà il suo primo racconto, Pellerossa, «dove è adombrato un tema fondamentale della mia vita: lo sgomento delle grandi masse umane, della civiltà senza più spazi e innocenza, dei grandi recinti dove saranno condotti gli uomini comuni».

Nel 1937, con l’aiuto di Massimo Bontempelli, la Bompiani pubblica i racconti di Angelici dolori. Vengono accolti con molto favore, ma anche con violente critiche da oppositori di Bontempelli (Falqui, Vigorelli). Cominciano i primi viaggi verso il Nord Italia. Conosce Firenze, Trieste. Nel 1939 è a Venezia, dove trova un impiego come correttore di bozze al Gazzettino. Lo scoppio della seconda guerra la riporta a Napoli.

È in questa città che l’immaginazione della scrittrice troverà presto un correlativo oggettivo per manifestarsi appieno. Nell’immediato dopoguerra collabora alla rivista Sud, diretta da Pasquale Prunas, fucina di giovani talenti come Luigi Compagnone e Raffaele La Capria, tra gli altri.

Nel 1953 pubblica Il mare non bagna Napoli, che le vale il premio Viareggio. Il libro, soprattutto l’ultimo capitolo, intitolato Il silenzio della ragione, dedicato agli scrittori napoletani, suscita in città violente opposizioni, tanto che la Ortese avrà difficoltà a tornare a Napoli, almeno fisicamente, perché la sua mente non finirà mai di abitare la città, come testimoniano due libri successivi come Il porto di Toledo e Il Cardillo addolorato.

Dopo Napoli ci sarà un periodo milanese (alcuni suoi scritti saranno raccolti nel 1958 da Laterza con il titolo Silenzio a Milano). Viaggia in Italia e all’estero (Londra, Mosca), scrivendo reportages che anni dopo Luca Clerici raccoglierà ne La lente scura. Si trasferisce a Roma, dove la raggiunge la sorella. Presto torna a Milano per poi trasferirsi nuovamente a Roma. La Ortese vive stentatamente di collaborazioni ai giornali, di pochi anticipi degli editori per i suoi libri, e di una piccola pensione di suo padre.

Nel 1963 scrive L’Iguana, che pubblicherà da Vallecchi due anni dopo. È un libro bello e originale, dove la realtà si manifesta sotto l’onda d’urto di un’infinita metamorfosi. Tutto si muta in qualcos’altro. L’Iguana, ad esempio, è una bestiola o una donna?

In quegli anni è di nuovo a Milano. Nel 1967 pubblica Poveri e semplici (che avrà un seguito ne Il cappello piumato). Sono gli anni della contestazione giovanile. La Ortese reagisce «al senso crescente di isolamento culturale (da destra come da sinistra, tutta la cultura, è sotto accusa, appare cosa passata) rifugiandosi, o per meglio dire, indagando nelle ragioni e i motivi dei suoi primi racconti».

E’ così che le «riappare una “Napoli” e una adolescenza che non aveva capito o veduto, tutt’altro che letteraria o angelica. La cruda situazione della città e della famiglia, la mente ferita della madre, la tragica morte dei fratelli, la sparizione di tutto nell’evento grandioso: guerra. Questo è Porto di Toledo». Pubblicato nel 1975 da Rizzoli, il Porto di Toledo ha delle disavventure editoriali; il libro va al macero poco dopo. La Ortese continuerà a lavorarci fino alla morte.

Dalla metà degli anni Settanta, la Ortese si è trasferita con la sorella a Rapallo (dov’è morta nel 1996), accentuando il suo isolamento culturale e umano. Solo negli ultimi anni trascorrerà alcuni periodi a Milano, ospite dell’Adelphi, sua nuova casa editrice, in occasione della correzione di bozze dei suoi nuovi libri, soprattutto de Il Cardillo addolorato, con il quale torna a far parlare di sé.

Il Cardillo addolorato è il libro di chi sente che tutto è andato perduto da un bel po’, «come se il tetto della vita fosse sfondato»; allo stesso tempo, però, nel semplice gesto della scrittura, c’è come una speranza; una speranza fatta del corpo che funziona, della mente che tiene in azione il corpo. In questa scrittrice platonica, infatti, sopravvive un’utopia, l’utopia del poco e del nulla, «sempre alta e presente come una luce bianca tra le nuvole basse, nello sconfortato vivere», cui la letteratura non basta davvero più.

D’altronde Anna Maria Ortese è sempre stata una individualista a cui stava a cuore la comunità. Già in una delle prose de L’lnfanta sepolta, il suo secondo libro, aveva scritto:

«Quale bella cosa la pietà, in un essere vivente. Quella pietà non nata da debolezza o timore di castighi o comunque cupo e remoto sospetto di una legge punitiva, ma soltanto dalla valutazione e condanna degli atti che possono rendere infelice un’al tra creatura – soprattutto se indifesa e affidata al nostro potere! Trovare qualcuno che non goda intimamente, da tutti inosservato, del vedere un altro essere caduto e dolorante; che senta in sé un fremito di rivolta a quello spettacolo, e desideri porvi un riparo – non credo esista nient’altro, sulla terra, che meriti l’attributo di divino».

Il desiderio di porre riparo al disastro del mondo con armi fragili come la pietà ha lungamente guidato la Ortese e mi fa oggi pensare a quei versi di Montale, scritti durante l’infuriare della seconda guerra mondiale, nei quali appaiono alcuni porcospini che si abbeverano a un filo di pietà. Anche la Ortese ha cercato di abbeverarsi a quel sottilissimo filo e l’ha fatto, lei così solitaria e in perenne esilio, immaginando possibilità di convivenze dove gli uomini rispettassero non solo i propri simili, ma anche ogni altro essere vivente, animale e vegetale.

E se il reale nudo e crudo le era insopportabile, da buona creatura della notte, aveva la necessità di ripensarlo nel buio dell’immaginazione. Era lì che nascevano le sue figure e si riaccendevano le luci. Alla parte visibile del mondo, la Ortese preferì va quella invisibile, che pure esiste e ha una sua importanza.

Nella sua immaginazione convivono elementi mediterranei ed elementi nordici. Sta in questa convivenza la sua originalità. In Alonso e i visionari, l’ultima sua opera narrativa, ricorre l’immagine di una ciotola. In questa ciotola c’è dell’acqua che va spesso cambiata perché sia sempre pulita e pronta. Un essere vivente potrebbe aver ne bisogno. Quest’immagine, così semplice, mi è subito sembrata una formidabile icona morale, che bene rappresenta la presenza sempre più cospicua della Ortese nella nostra letteratura.

Silvio Perrella