» De' Giorgi Elsa  
1914 - 1997
 


 

 

Nasce (per caso) a Pesaro il 26 gennaio 1914, morirà a Roma il 12 settembre 1997: e la sua scomparsa confermerà la battuta ironica con cui lei stessa presentava ad un nugolo d’amici «d’elezione», raccolti nella casa di via di Villa Ada, ogni anno, nella data della sua nascita, una immensa torta munita di un’unica candelina: «Quando me ne andrò, tutti diranno: “Però, la credevo più vecchia!”».

Il fatto è che nella composita società letteraria, artistica, politica della Capitale, per oltre mezzo secolo, quella donna bellissima, a cui il senso comune (o vogliamo parlare, piuttosto, di conformismo cultural-patriarcale?) non aveva mai perdonato di “sapere di greco e di latino”, è stata comunque un mito. Un mito, innanzitutto, di eterna giovinezza, e perciò stesso fastidioso.

Ma anche il mito di una presenza “inverosimile”, costante, nell’arco di decenni, su varie ribalte, dal teatro al cinema, alla letteratura, all’arte, e quindi chiacchierata – esorcizzata da molti (e purtroppo da molte) per pura invidia ed istinto di autodifesa; mentre i più miopi (per fortuna pochi), avrebbero voluto inchiodarla – riconoscendole tutt’al più la vocazione ad una polverosa mondanità – all’icona iniziale di “Diva dei telefoni bianchi”.

La De’ Giorgi aveva esordito, infatti, come protagonista («lacrimevole e virginale», precisava autoironica), in un celebre film di Mario Camerini, Ti amerò sempre. (Da notare comunque che, all’epoca, 1936, la Cines, la società produttrice -fatalmente «di regime» – della gran parte dei film italiani, aveva come direttore artistico il critico letterario Emilio Cecchi, mentre i set cinematografici erano abitualmente frequentati da scrittori come Alberto Moravia, Carlo Levi, per non parlare di Mario Soldati, giovane romanziere e regista).

Ma la lunga vitalità biologica e, soprattutto, mentale, di questa bellissima donna – «gli intellettuali» commentò, alla morte di Italo Calvino «muoiono soltanto quando decidono di morire» – la curiosità e generosità inesauribile verso i giovani talenti, specialmente i poeti, da Pier Paolo Pasolini a Gianni D’Elia ne fanno una testimone avvincente, e mai “datata”, di circa sessant’anni di storia delle élite culturali (ed anche politiche) del nostro paese.

Non gliene sfuggivano, del resto, i vizi e le ombre, e può apparire persino privo di misericordia il suo giudizio, espresso alla fine degli anni Ottanta, sul «gesto stoico – ma non meno vile» del suicidio, diretto o indiretto, che fece seguito tra i migliori (e cita Pavese, suo marito, Alessandro Contini Bonacossi, Pier Paolo Pisolini) «alla dispersione delle speranze» del dopoguerra.

E non sarebbe stata, Elsa De’ Giorgi, una testimone soltanto orale del suo tempo, pur felicemente lungo. (Conviene precisare, a questo punto, che il nom de plume, nel suo caso piuttosto dannunziano, è stato fino alla prima metà del Novecento quasi un obbligo per “le signorine di buona famiglia”: sia che scrivessero romanzi d’amore, dalla Marchesa Colombi a Neera, fino a Liala e a Mura, sia, e ancora di più, se decidevano di “calcare le scene”, o addirittura di esporsi alla luce abbagliante dei riflettori cinematografici).

Elsa aveva la volontà e gli strumenti – e, soprattutto, la grazia espressiva indispensabile – per raccontare lei stessa, lungo le molteplici stagioni della sua esistenza, gremite di Storia e di storie, di personaggi e di persone, quasi tutte “note”, di amori e di ideali, e anche di fallimenti e ferite, sessant’anni di vita italiana, e non solo...

Il suo primo libro, sollecitato nientedimeno che da Bernard Berenson, suggerito da Gaetano Salvemini, che ne scrisse la prefazione, tradotto e pubblicato in venticinque paesi, vincitore del Premio Viareggio Opera Prima, si intitola I coetanei.

Uscirà nel 1955, nella collana “I gettoni”, inventata per Einaudi da Elio Vittorini, e l’editing ne sarà curato da un giovane Calvino, ai suoi primi successi letterari (da La strategia del ragno a II visconte dimezzato, ai primi racconti del Marcovaldo).

Nel risvolto di copertina, presentando questa cronaca insolita – perché raccontata, come avverte la stessa Autrice – «dall’osservatorio di una diva privilegiata» – della transizione italiana dal fascismo all’antifascismo per approdare ad una difficile democrazia, Calvino sembra prudente: «Come in un diario segreto del Settecento – scrive – questa donna prende coscienza del suo tempo».

Quasi che “confinando”, con rigore calvinista (ci si perdoni il gioco di parole), la donna di cui intuisce e teme la carica seduttiva, nell’ambito della memorialistica e della vocazione agli epistolari familiari o amorosi, (per non dire dei salotti letterari), delle “nobili dame” del Settecento e dintorni – da Madame de Sevigné, a Madame de Staël, alla Recamier (e citiamo gli esempi più alti del genere, che, del resto, soltanto la nuova cultura delle donne emersa negli anni del neofemminismo, allo scadere del Novecento, avrebbe saputo analizzare a fondo) – lo scrittore volesse proteggersi dal rischio di una passione imminente. Che lo avrebbe dominato per qualche anno, ed alla quale sarebbe sfuggito in qualche modo “raggelando” quella vena iperbolica e fantasiosa della sua scrittura – pensiamo a Il barone rampante, a Il cavaliere inesistente, alle stesse Fiabe della tradizione popolare italiana – che l’amo re di Elsa e per Elsa aveva accresciuto e nutrito.

Del resto, di questa “lettura” dell’opera letteraria complessiva di Italo Calvino, e delle sue mutazioni, fa fede il libro incompiuto, e postumo, di Maria Corti, I vuoti del tempo. Dove la studiosa, oggi considerata «uno dei critici letterari più importanti del secondo Novecento italiano», ed alla quale la De’ Giorgi aveva affidato, insieme al suo archivio, le quattrocento lettere d’amore di Italo Calvino, dichiara che l’epistolario le è servito «per mettere a fuoco le strategie dello stile» dello scrittore.

E non a caso, a proposito di quelle lettere inedite, la De’ Giorgi, in un’intervista pubblicata su Il Giorno del 28 gennaio 1995, osservava: «Direi che inedite sono soprattutto le idee che Calvino mi espone. Ci sono rivelazioni sui suoi rapporti burrascosi con il Partito comunista, ai tempi dei fatti d’Ungheria, c’è Calvino che parla di Thomas Mann, Calvino che mi racconta il suo incontro con Lukacs»

Ed alla storia d’amore con Italo Calvino, ma anche, se non specialmente, alla memoria di quegli anni italiani tra il 1955 e il 1960 – quando «Roma accentrava ormai la vita culturale, anche se era considerata sempre con un sospetto di frivolezza, politicizzazione, approssimazione, dagli intellettuali del Nord» – è dedicato un altro fervido libro di Elsa De’ Giorgi, pubblicato dalla casa editrice Leonardo nel 1992. (Al Leonardo si deve anche la ripubblicazione in paperback de I coetanei, sempre nel 1992).

Esce dunque, a segnare l’ultimo incompiuto decennio di vita di Elsa De’ Giorgi, Ho visto partire il tuo treno.

Il titolo del romanzo autobiografico è costituito dalla prima riga di una delle lettere di Calvino: «Ho visto partire il tuo treno, tu al finestrino, t’ho salutata, non visto, dal finestrino del mio treno, bellissima... Il treno che mi sta trascinando su per l’Italia e quello che ti porterà verso il Sud mi paiono un’immagine di feroce violenza, come due cavalli frustati in direzioni opposte, che dilaniano un unico corpo».

L’educazione sentimentale dell’ombroso scrittore, che si vuole ostinatamente “nordico” (ma, in fondo, era nato a Cuba!), si compirà – è lui stesso a riconoscerlo – in quella breve stagione. «Da anni – ammetterà lo scrittore – mi consolidavo in una polemica antivitalistica [...]. E adesso, da quando sono preso da questo amore che mi scatena come una forza di natura, sono più che mai partecipe di ogni manifestazione che punti su un sapore di vita [...] di frenesia, di passione».

Poi, improvvisa, la fuga: «Calvino – scrive Elsa – persa la fede in un nostro futuro amoroso, scoraggiato dalla mia accanita difesa di Sandrino, si mise a ripeterne i gesti. Scomparve».

E qui si innesta, o meglio si svela, il «Romanzo», vissuto prima ancora di essere, (mirabilmente), rappresentato dall’Autrice nelle fitte pagine di quel giallo ancora oggi irrisolto che ha per titolo L’eredità Contini Bonacossi, Mondadori, 1982.

Impossibile qui riassumerne la trama. Basterà sapere che, quando incontrò Calvino, Elsa De’ Giorgi era sposata, dal 1948, con Alessandro (Sandrino) Contini Bonacossi, ex partigiano fiorentino, designato come curatore della straordinaria collezione d’arte che i nonni-genitori, (lui era rimasto orfano da bambino), Vittoria Galli e il senatore conte Alessandro Contini Bonacossi, avevano destinato, in dono, allo Stato italiano ed esattamente alla città di Firenze.

Ma tre giorni prima dell’ottavo anniversario del loro matrimonio, il 27 luglio 1955, Sandrino scomparve. Lo ritrovarono impiccato, vent’anni più tardi, nella sua casa a Washington. La collezione andò (illegalmente) dispersa (cioè venduta all’estero dai coeredi). Elsa De’ Giorgi lottò fino all’ultimo dei suoi giorni – con il sostegno della fedele amica Maria Grazia Rombaldi – per evitare che ciò accadesse, e per scoprire il mistero ancora oggi inviolato della fuga e poi della morte del marito.

Ma Italo Calvino aveva rinunciato ben presto alla sfida. «Stare accanto a una donna – aveva confidato a Guido Piovene – occupando provvisoriamente il posto di un altro, è vivere su un trapezio senza rete».

E concludendo lucidamente, (ma sempre con una diffusa compassione d’amore), il libro dedicato a lui, la De’ Giorgi si chiede, riferendosi all’ultima opera dello scrittore: «Il suo dramma non è stato proprio l’illusione di abolirlo nel gioco sapiente, elusivo, ingenuo, di quel suo testamento “Sei proposte per il prossimo millennio”?».

Adele Cambria