» Invernizio Carolina  
1851 - 1916
 


 

 

E’ stata, probabilmente, la più prolifica scrittrice italiana: circa 130 titoli, pubblicati in una lunga e onorata carriera. Carolina Invernizio detiene però anche un altro primato, quello delle stroncature; nessuna come lei si è attirata tanti insulti sanguinosi, forse a causa dell’imperdonabile successo, dell’amore appassionato dei lettori e soprattutto delle lettrici.

L’icastico appellativo di Antonio Gramsci, «onesta gallina della letteratura italiana», e quello di Bruno Cassinelli, «conigliesca creatrice di mondi», non sono nulla di fronte all’indignata accusa di Gian Pietro Lucini: «Impudente scombiccheratrice di carte». Non si può nemmeno dargli tutti i torti: le trame di Carolina sono un delirio di insensatezza, tra colpi di scena drammatici, veri e finti cadaveri, figli perduti e ritrovati. Eppure, Giovanni Papini, grande fustigatore letterario, avanza un dubbio: «Una fortuna così lunga e vasta non può essere senza ragioni, né tutte le ragioni possono essere a disdoro della scrittrice o de’ suoi fedeli».

Lei, fiduciosa nella missione pedagogica del romanzo popolare, si consola con una punta di malizia: «Io ho dei critici un’allegra vendetta. Che le mie appassionate lettrici ed amiche sono appunto le loro mogli, le loro sorelle». La straordinaria diffusione delle favole nere della Invernizio è collegata al successo del feuilleton e ai primi assaggi di letteratura di massa; con lei, dopo Mastriani, nasce il romanzo popolare italiano, sul modello di quello francese di Eugène Sue o di Ponson du Terrail. Ai collaudati moduli narrativi del racconto d’appendice, Carolina aggiunge però qualcosa di suo: sa come parlare alle donne. Nei suoi libri esplode un nuovo protagonismo femminile, che senza travalicare i confini della cultura patriarcale, li corrode e indebolisce. Le eroine della Invernizio concentrano su di sé ogni potere e ogni ruolo, spingendo gli uomini ai margini dell’intreccio. La scena domestica si dilata, rivelandosi un classico interno con delitto, luogo privilegiato di segreti inconfessabili, di prevaricazioni e tormenti silenziosi, dove la giustizia sociale – la giustizia del mondo maschile – non può arrivare.

Se il privato è zona di clausura femminile, è lì che le donne devono unirsi in alleanza, assumendosi la responsabilità di riportare l’ordine, la salvezza, la redenzione. La Invernizio, religiosissima e devota alla Madonna, inventa una sorta di matriarcato narrativo, in cui l’eroina-giustiziera sa proteggere il nucleo familiare da insidie e malvagità, ricorrendo alla forza simbolica dell’onnipotenza materna.

La biografia della Invernizio è tanto priva di eventi quanto le sue pagine sono fitte di delitti efferati, agnizioni a catena, tradimenti e punizioni orribili. Figlia di Anna Tattoni e del cavalier Ferdinando, Carolina studia da maestra, come le sorelle. Da Voghera la famiglia si trasferisce presto a Firenze, dove il padre, funzionario di casa Reale, viene nominato direttore delle imposte. La vocazione della giovane studentessa si manifesta precocemente, e viene subito percepita come incongrua e pericolosa: un suo racconto, pubblicato sul giornalino scolastico, suscita scandalo, facendole rischiare l’espulsione. I genitori, preoccupati dalle inquietanti fantasie che le sue pagine rivelano, premono per il matrimonio con un nobile di Montevarchi, ma Carolina si sottrae e si dedica al lavoro.

Nel 1877 Salani pubblica il secondo romanzo in volume della scrittrice, Rina o l’Angelo delle Alpi (il primo è Un autore drammatico, del 76). Lei premierà la fiducia dell’editore fiorentino rendendolo ricco, rimanendogli sempre fedele, e soprattutto accontentandosi della cifra, non certo straordinaria, di 600 lire a romanzo.

Nel 1881 Carolina incontra l’uomo della sua vita, il romantico tenente dei bersaglieri Marcello Quinterno. Dopo un breve fidanzamento lo sposa, e pochi anni dopo gli dedica uno dei suoi romanzi più famosi e riusciti, Il bacio di una morta: «Al distinto e colto signor Marcello Quinterno». Inizia così una tranquilla esistenza da signora borghese. A Torino, dove il marito dirige il panificio militare, la Invernizio si veste nelle migliori sartorie, riceve ogni lunedì, e il sabato va a pregare al Santuario della Consolata.

La sua attività di scrittrice è altrettanto regolare: siede al tavolo di lavoro tutte le mattine dalle sette alle dodici, scrivendo anche due romanzi per volta; per evitare confusioni nelle trame, la sorella Vittorina rilegge i testi, e stila quotidianamente l’elenco dei personaggi passati a miglior vita. Fra i suoi titoli più noti, La gobba di Porta Palazzo, La maledetta, La sepolta viva, fino all’ultimo: Morta d’amore, del 1916 (ma ne usciranno tre postumi). Carolina Invernizio muore di polmonite nel 1916; ha 65 anni, ma ne dichiara 58, barando sulla data di nascita. Nonostante tanta meticolosa regolarità esistenziale, non ha mai rinunciato alla civetteria femminile.

Eugenia Roccella