» Guglielminetti Amalia  
1881 1941
 


 

 
© Farabolafoto, Milano  

Amalia Guglielminetti nacque a Torino nel 1881. Da famiglia borghese, di tradizione industriale già consolidata, operosa e parsimoniosa, monarchica e rigidamente clericale. A cinque anni, rimasta orfana di padre, Amalia (con la madre e le sorelle Emma ed Erminia) entrò sotto la tutela del nonno paterno. I primi anni furono da educanda nel convento delle Fedeli Compagne di Gesù, poi fu affidata a scuole private religiose, il canonico Sacre Coeur.

Quando cominciò a pubblicare componimenti poetici nella Gazzetta del popolo della Domenica (di ispirazione indiscriminata, odi papiste, monarchiche, pacifiste, positiviste), aveva vent’anni e, non provvisoriamente, si era arruolata fra i poeti. Fu poeta essa e romanziera tutta la vita. Ed anche giornalista, acuta, critica, prontissima a scovare novità sociali.

Torino era nel primo decennio del Novecento la capitale italiana dell’emancipazione femminile quantificabile: vantava il numero più alto di laureate, di professoresse, di medichesse. Altre libertà femminili erano meno visibili. Norme consolidate impedivano alle signorine di scrivere agli uomini lettere con sincero vigore sentimentale, è difficile dire se fosse d’avanguardia la libertà epistolare di un’Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano, o se, all’alba del secolo, i canoni della seduzione fra uomini e donne si andassero disordinando a tal punto (anche oltre la cerchia dei poeti).

«Vi ho studiata molto. Non ho mai potuto capire, ad esempio, se, sotto i grandi caschi piumati, alla Rembrandt, che voi prediligete, i vostri capelli siano spartiti alla foggia antica o no; ma ho benissimo impresse le ondulature che hanno alla tempia e la mollezza con che si raccolgono in nodo, dietro la nuca. Ho presente anche questo: che avete dei bei denti e una bella bocca, piuttosto grande e fresca e attirante come poche, e che avete due begli occhi (anche di questo devo convenire, e quasi con dispetto), due occhi di una dolcezza servile: gli occhi di colei che si inchina al despota Signore e gli tende i polsi febbrili e li vede cerchiare di catene, quasi godendone; avete anche il profilo che piace a me, con l’eleganza un po’ stracca e un po’ trasognata della nostra massima attrice». Il ritratto epistolare gozzaniano era stato scritto quando fra il poeta e la poetessa non è ancora intervenuto alcun rapporto di conoscenza personale; la lettera dello stato nascente del loro amore è del giugno 1907, l’anno della pubblicazione del secondo libro di versi della Guglielminetti, Le vergini folli.

Nei versi, fanciulle liliali, «inquiete fiamme, chiuse da saggezza/d’antiche norme fra leggiadri schermi», socialmente “signorine” che, come la stessa Amalia, avevano ricevuto un’educazione religiosa e mescolavano sacro e profano, misticismo ed erotismo. Gozzano ringraziò l’“Egregia Guglielminetti” per il suo “vergilato” che conduceva il lettore «attraverso i gironi di quell’inferno luminoso che si chiama verginità». Apparentate alle tardottocentesche Demi-Vierges di Marcel Prevost, e alle giovanissime figlie del popolo torinesi di cui Roberto Michels, pioniere della scienza sessuale italiana, osservava proprio negli stessi anni, le redditizie compiacenze nel gioco della seduzione, anche le Vergini folli coglievano la volontà femminile di ribaltare il gioco dei poteri sessuali con l’altro sesso.

In prosa e in versi fu questo il tema dominante della produzione di Amalia Guglielminetti. I titoli: Le seduzioni, Il cuore tardo, L’amante ignoto, L’insonne, l volti dell’amore, Nei e cicisbei, Il baro dell’amore, Quando avevo un amante, La rivincita del maschio, Il gingillo di lusso, Gli occhi cerchiati, eccetera fanno presagire che nel ribaltamento non ci sarà pronta vittoria. Già nel 1914 il critico Renato Serra aveva definito la Guglielminetti una promessa giovanile sfiorita e imbozzacchita.

Il suo giudizio, ingegnoso come una réclame «pareva semplice squallor di passione, ed era soltanto la povertà di una brutta provinciale in tunica egizia» – le restò cucito addosso. Niente potè il contemporaneo riconoscimento di D’Annunzio: «L’unica poetessa che abbia oggi l’Italia». Nel 1917, Amalia Guglielminetti, signorina trentaseienne, cominciò la relazione sentimentale e intellettuale con Pitigrilli, nom de plume di Dino Segre, ventiquatrenne scrittore e giornalista, rampante e brillante “figlio del secolo”. Ad Amalia, “istrice di velluto” dedicò Cocaina, il suo primo romanzo, nel 1924.

Pochi anni dopo, dalle rispettive riviste, Amalia da Le Seduzioni, Pitigrilli da Le Grandi Firme si lanciarono insulti canaglieschi, in una lunga guerra editoriale finita in tribunale. Si legge nella sentenza che i «feroci diuturni dell’antico amante» avrebbero determinato nella cinquantenne poetessa uno stato di totale infermità mentale transitoria. Il motto esistenziale di Amalia, l’ultimo verso delle Seduzioni – «Essa è pur sempre quella che va sola» – araldico e alato, ne aveva fatto l’interprete di un vero poema mondano, fra Torino, Roma e Parigi. Dopo i clamori del processo, lasciò Torino, «senza alcun rimpianto poiché non vi conto amici, né confidenti, né persone care o alle quali io sia cara. Forse mia madre, ma l’affetto materno è istintivo ed incosciente».

Due anni deludenti a Roma, fino al ‘37: «Collaboro al «Giornale d’Italia» e al ministero Stampa e Propaganda, ma non lotto più, non cammino più. Impigrisco blandamente e tristemente invecchio», scrisse ad un amico. Morì a Torino nel 1941, per le complicazioni di una caduta. Lasciò esatte disposizioni per un monumento sepolcrale «in marmo grigio a forma di piramide egizia» su cui doveva essere inciso «Amalia Guglielminetti Poetessa. Sola visse e sola morì». Chiese che la sintesi biografica fosse perfezionata dalla sua versione poetica: «Essa è pur sempre quella che va sola».

Michela De Giorgio