» Ciardi Emma  
1879 1933
 


 

 

Introdurre la vicenda artisticobiografica di Emma Ciardi significa anche entrare nel vivo di un fenomeno riscontrabile a cadenze più o meno regolari nella storia dell’arte: quello delle grandi famiglie di artisti, che nel tempo si tramandano fra consanguinei i segreti del mestiere e il genio della creazione (come i Vassalletto, i Galli da Bibiena, i Cignaroli...). Anche a Emma Ciardi avviene di nascere in una famiglia di lunga e consolidata tradizione artistica. Il nonno è ritrattista e colorista di qualità, il padre Guglielmo, pittore di fama, è tra l’altro titolare della cattedra di “Vedute di paese e di mare” presso la veneziana Accademia di Belle Arti, la zia Maria sposa il pittore Alessandro Milesi ed il fratello Beppe intraprende anch’egli, dopo qualche tentennamento, una brillante carriera come paesaggista.

In un simile ambiente, che incoraggia anziché contenere il precoce talento creativo della giovane – si conserva un suo album di disegni datato 1894 – Emma apprende con semplicità e immediatezza direttamente dal padre i rudimenti della pittura. A ventun’anni (era nata a Venezia il 13 gennaio 1879) vende a Praga il dipinto Canal Grande, mentre nel 1903 espone l’opera Fra ombra e sole alla Biennale veneziana, riscuotendo un immediato successo. Alle Biennali la sua sarà una presenza costante – vi parteciperà regolarmente, salvo che nel 1926, fino al 1932, attirando su di sé l’attenzione della critica e del pubblico. Scrive Arturo Lancellotti a proposito della Biennale del 1909: «Bello è Il giardino del l’amore di Emma Ciardi, che si afferma forte temperamento d’artista», e l’anno successivo menziona «la delicata evocatrice del Settecento» della quale si vedono in mostra il Giardino delle Muse e il Convegno di Villa Rotonda, due dipinti «pieni di grazia».

«La scène se passe dans un parc de Watteau vers une fin d’après midi d’été. Così Paul Verlaine descrive la scena nella sua commediola Les uns et les autres. Così Emma Ciardi potrebbe scrivere sulla prima pagina d’un catalogo dei suoi quadri più noti»: con tali parole Ugo Ojetti presenta, nel novembre 1918, le 105 opere che la pittrice espone alla Galleria Pesaro.

Il critico, fervente sostenitore dell’artista, enuclea in catalogo il tema privilegiato della sua pittura, un neosettecentismo riveduto e corretto, percorrendo in lungo e in largo i parchi e i giardini delle ville più belle d’Italia, con l’ausilio di un’ambientazione veristica (la Ciardi si avvaleva anche del mezzo fotografico per restituire fedelmente vedute, architetture e paesaggi), di luci colte con immediatezza e realismo lavorando en plein air e fermando rapidamente sulla tela le variazioni atmosferiche. Figure evanescenti, appena sbozzate, si aggirano entro parchi favolosi, ma, osserva Ojetti, «questi giardini settecenteschi ella li studia dal vero. Prima ha vissuto giorni e settimane nelle ville del Veneto; nella Villa Reale di Strà dove anche il Tiepolo ha dipinto, nel giardino Querini e nella villa Palladiana di Vicenza, nel giardino Giusti di Verona, sul Garda nel parco di San Vigilio. Poi [...] è andata a Firenze nel parco di Boboli, in Lucchesia alla Marlia o a Collodi, a Roma nella Villa Doria Pamphilij e nella villa Albani e nella villa Borghese, a Tivoli nella villa d’Este, a Caserta nella villa Reale».

Una verifica, dunque, e un confronto continuo con il reale che riscattano almeno in parte quanto di lezioso e arcadico è dato riscontrare nei soggetti dei quadri, finanche nei titoli (Minuetto al parco, Convegno in villa); caratteristiche, d’altra parte, che già la Sarfatti stigmatizzava nel 1918 definendo quella di Emma una «musichetta tra festosa e triste, di antico scarabillo nostalgico [...] a tutti ormai nota». Del resto, che la sua arte fosse diventata veramente patrimonio comune lo confermano le mostre italiane ed estere cui la Ciardi prende parte, ottenendo premi e riconoscimenti prestigiosi.

All’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Monaco, tenutasi nel 1905, un suo dipinto. La portantina, è insignito della medaglia d’oro e viene acquistato dallo Stato per la Pinacoteca della città. Due anni più tardi è lo stesso Vittorio Emanuele ad assicurare alle proprie collezioni la Chiesa di San Marco. Seguiranno nel volgere di pochi anni le acquisizioni da parte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, del Museo del Luxembourg di Parigi, della Galleria d’Arte Moderna di Venezia, della Galleria Nazionale di Lima, in Perù, testimonianza della popolarità raggiunta dall’artista. Nel 1923 la Galleria Howard Young di New York fa firmare alla Ciardi un contratto di esclusiva per la vendita dei suoi lavori in tutti gli Stati Uniti, operando sulla scia dei successi ottenuti in occasione delle ripetute esposizioni londinesi, come nel caso della mostra del 1910 presso le Leicester Galleries, nella quale aveva venduto sessanta degli ottanta dipinti inviati, e ben trenta di questi erano stati ceduti ai collezionisti il giorno dell’inaugurazione.

Negli ultimi anni di vita Emma Ciardi, la cui produzione sempre più monotona andava ormai quasi esclusivamente a soddisfare le esigenze del mercato, si trasferisce nella campagna trevigiana, a Refrontolo. Qui ritrova una vena creativa autentica e fresca che le permette di produrre alcuni studi di paesaggio, tenuti oggi dalla critica per le sue cose più belle. Di fatto, ella non perderà mai, fino alla fine - si spegne il 16 novembre 1933 - l’entusiasmo appassionato per il mestiere del dipingere, lo stesso che le aveva fatto scrivere estasiata in uno dei suoi viaggi nei dintorni romani: «Cielo blu con nubi bianche classiche. Olivi d’argento, prati di smeraldo. Un quadro dopo l’altro, roba da perdere la testa, bisognerà che vada presto a [...] lavorare, altrimenti non vivo, non posso solamente guardare».

Lucia Presilla