» Balbo Cesare  
Torino, 1789 ivi, 1853
 
 
Cesare Balbo -  dipinto - Collezione contessa Balbo di Vinadio - Torino  

Figlio di Prospero e di Enrichetta Taparelli d'Azeglio, in gioventù, nonostante il fascino che esercitò su di lui Vittorio Alfieri, che frequentò a Firenze e che lo portò nel 1804 a fondare con altri coetanei l'Accademia dei concordi, fu al servizio di Napoleone, segretario generale della giunta governativa della Toscana (1808), segretario della Consulta napoleonica per gli ex territorî pontifici (1809), auditore al Consiglio di Stato a Parigi (1811), liquidatore dei conti a Lubiana, e infine nuovamente a Parigi, addetto al ministero di Polizia.

Va aggiunto, tuttavia, che Balbo sentì una profonda avversione per l’imperatore dei francesi, soprattutto dopo che in qualità di segretario napoleonico per gli ex Stati pontifici fu costretto a controfirmare il decreto che ne sanciva l’annessione all’Impero. Molto dovette impressionarlo la dignità del clero che non si piegò ai decreti napoleonici.

A Parigi ebbe modo di frequentare la famiglia di Claude Emmanuel Pastoret che il padre di Cesare, Prospero, aveva aiutato a fuggire dopo essere stato condannato alla deportazione dal Direttorio.

La moglie di Pastoret, in particolare, Adelaide-Luisa Piscatory dovette esercitare una notevole influenza sul giovane Cesare, dissuadendolo, pare, dal proposito, molto alfieriano, di attentare alla vita dell’imperatore. Alla Restaurazione entrò nell'esercito piemontese; nel 1816 accompagnò il padre ambasciatore a Madrid e per alcuni mesi resse l'ambasciata.

Coinvolto, sebbene infondatamente, nel moto liberale del 1820-1821, dovette dapprima andare in esilio in Francia e poi, rientrato in Italia, fu confinato per alcuni anni a Camerano (1824); il lungo periodo di isolamento gli permise di dedicarsi all’approfondimento di essenziali problemi storici per soddisfare un interesse che, già manifestatosi durante la permanenza in Spagna, era stato in lui acuito dagli avvenimenti del 1821: frutto di queste meditazioni e ricerche furono tutta una serie di brevi scritti, tra cui le importanti Memorie sulla rivoluzione del 1821, e alcune di quelle opere che dovevano poi dargli un posto cospicuo nella storiografia neoguelfa: Storia d'Italia dal 476 al 774 (2 voll., 1830), Vita di Dante (2 voll., 1839), cui seguì più tardi l'appassionato Sommario della storia d'Italia (1846-1847).

La sua visione della storia italiana - dall’«età dei Tirreni» ai tempi suoi - è dominata dal motivo dell’indipendenza dallo straniero (come quando esalta i Comuni, e deprime la cultura del Cinquecento). Ma il motivo centrale della speculazione di Balbo è l'accordo della religione cattolica con la moderna teoria del progresso: ciò si osserva tra l'altro nelle Meditazioni storiche (1842-1845), in cui cercò di conciliare i risultati dei più recenti studî filologici con la narrazione mosaica.

Dal campo storico passò a quello della pubblicistica politica con le Speranze d'Italia (1844), nelle quali vedeva nel Piemonte il fulcro dell’unificazione e nell’espansione austriaca nella penisola balcanica la soluzione della questione italiana vista nel più ampio contesto europeo.

Presidente del Consiglio dopo la concessione dello Statuto (13 marzo-26 luglio 1848), si rivelò inferiore al compito. Tornato semplice deputato, nel maggio 1849 Massimo d'Azeglio gli affidò un’importante missione presso Pio IX a Gaeta, e nell'ottobre 1852 Vittorio Emanuele II l’incarico, che non ebbe esito, di formare un nuovo ministero.

Documenti
 

L’ordinamento federale d’Italia

In Delle Speranze d’Italia (1844) Balbo giudicava del tutto fuori dalla realtà (e neppure desiderabile) la prospettiva di uno Stato unitario italiano, auspicando invece la formazione di una confederazione tra i diversi Stati esistenti nella penisola.

Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze, a cura di L. Villari, III, Roma, La Biblioteca di Repubblica-L’Espresso, 2007, pp. 441-442.

 

Elogio della moderazione

In un testo del 1847 Balbo difendeva l’impiego del termine «moderazione» in campo politico, per definire una posizione, appunto, intermedia tra chi non voleva cambiar nulla e chi voleva cambiare «moltissimo».

Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze, a cura di L. Villari, IV, Roma, La Biblioteca di Repubblica-L’Espresso, 2007, pp. 361-363.

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