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Dalla prima guerra mondiale al secondo dopoguerra (1915-1950) » Toscanini Wally  
1900 - 1991
 


 

 
Wally Toscanini con la soprano Galina Visnjevskaja, 1973 - © Teatro alla Scala - Foto di Erio Piccagliani  

La signora della Scala non aveva orecchio musicale. Era stonata. Eppure la sua vita è stata sempre strettamente legata a quella del tempio musicale milanese. E non solo per quel cognome così importante, Toscanini, e per il leggiadro nome, Wally, come l'opera di Alfredo Catalani. Un legame iniziato fin dal giorno della nascita, quel sei gennaio 1900 quando il padre stava provando il Lohengrin. Un suggeritore gli annunciò che era nata sua figlia e Toscanini posò la bacchetta: «Signori, è nata Wally! La prova per oggi è sospesa». Sorrideva divertita raccontando l'episodio: «Anch'io ho avuto il mio applauso scaligero». Ma subito aggiungeva: «Mi ha portato fortuna. Perché dalla vita ho avuto tutto e senza molti meriti».

Entusiasta, schietta, generosa, Wally Toscanini non amava gli adulatori ed era severa con se stessa. Troppo severa. È vero, era la figlia di un uomo importante, ma non si adagiò mai nel privilegio delle origini, semmai lo sfruttò. E in positivo.

Quando nel dopoguerra la Scala risorse dal bombardamento del 1943 fu lei, con le sue energie che fondò l'associazione “Amici della Scala” e si adoperò per convincere la buona società milanese a fare donazioni, a dare contributi per la ricostruzione. Lo sentiva un dovere verso la città. Così come aveva sentito il dovere di mantenere aperto il salotto della casa di famiglia in via Durini, anche negli anni dell'esilio volontario del padre, che ormai dirigeva soltanto all'estero dopo essere stato schiaffeggiato dai fascisti per avere rifiutato l'esecuzione di Giovinezza. Ai suoi inviti rispondevano gli intellettuali che volevano parlare liberamente d'arte, di musica e naturalmente di politica, anche se immancabilmente venivano schedati dalla polizia all'uscita.

Profondamente democratica, Wally Toscanini era insofferente della volgarità del regime. È noto da tempo, grazie agli studi sulla colonia italiana in Svizzera durante la seconda guerra mondiale, e come confermano i documenti pubblicati nel 1996 sull'attività del Comando generale del Corpo volontari della Libertà, che fu in contatto sia con rappresentanti italiani della Resistenza inviati nella Confederazione sia con agenti alleati, specialmente americani. Ebbe un ruolo in diverse vicende, compreso il rientro di ufficiali italiani internati in Svizzera, dei quali il generale Raffaele Cadorna in particolare auspicava il ritorno per rafforzare i quadri di origine militare all'interno del movimento di liberazione.

Carnagione bianchissima, labbra vistosamente dipinte, capelli neri, una bellezza un po' zingaresca, che lei si divertiva a sottolineare con abiti rossi e profondamente scollati, la Wally Toscanini del primo dopoguerra era una giovane ragazza anticonformista per la Milano bene di allora. «È l'unica opera che non ho mai saputo dirigere», diceva di lei il padre. Guido da Verona l'aveva corteggiata, Gabriele D'Annunzio cercò di sedurla, e poi arrivò per conoscerla Charlie Chaplin, che si era invaghito di un suo ritratto. Ha ricordato Camilla Cederna, una delle sue grandi amiche: «Un giorno, mentre mi raccontava la sua vita, Wally mi mostrò un diario dedicatole da un misterioso innamorato. Alcune frasi erano scritte in uno strano color ruggine. Dicevano: ti scrivo queste parole con il mio sangue».

Compariva alla Scala avvolta nel tulle, protetta da grandi ventagli di piume: e al suo palco si rivolgevano decine di sguardi supplichevoli. Ma lei era già innamorata. A diciassette anni rimase folgorata dal conte Emanuele Castelbarco, uomo bellissimo, quarantenne, conversatore brillante. Con un vistoso handicap per quei tempi, era sposato. Un amore scandaloso, vissuto nella clandestinità, che fece andare su tutte le furie il celebre padre quando lo scoprì. Solo dopo dodici anni e un divorzio all'estero, il matrimonio mise fine alle chiacchiere.

Ma Wally Toscanini non era solo una bella ragazza presa dall'amore. In famiglia l'avevano educata alla solidarietà e all'impegno verso i più deboli. Così durante la prima guerra mondiale fondò e diresse un istituto per i figli dei soldati al fronte, e dopo la seconda collaborò con Don Gnocchi per le iniziative a favore dei piccoli mutilati di guerra. Negli anni occuparsi degli altri rimase una sua regola di vita.

«Io non vivo di rendita, ma di vendita», amava dire. «Quando ho bisogno di denaro, per me o per gli altri, vendo senza il minimo rimpianto». E chi la ricorda negli ultimi anni della sua vita, il viso coperto da una veletta nera, la racconta con una grande borsa piena di fogli e agende per annotare le richieste di aiuto e i molti impegni. Sempre pronta a correre in aiuto di chi glielo chiedeva. Era sfrontata Wally Toscanini, sempre presente alle prime della Scala col suo immancabile giro di perle al collo, non aveva remore nel chiedere soldi per i suoi tanti beneficati, magari approfittando degli intervalli.

Cristiana di San Marzano

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