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  Autodromo di Monza, 1932 - © Archivio Storico Luce

“Nella ginnastica, come scienza, il cervello d'una donna non sfonda, si sa”, affermava il baffuto maestro Fassi nel romanzo Amore e ginnastica di Edmondo De Amicis. Era il 1892. Eppure, le italiane stavano dando e avrebbe ancora dato per molto tempo ottima prova di sé. Cervello, passione, impegno, caparbietà: il legame tra le italiane e lo sport è lungo e saldo, sia a livello di risultati (atlete professionisti) sia a livello di numeri (atlete fai-da-te). Nonostante questo, lo stereotipo colto dal maestro di ginnastica, nella certezza (tra l'altro) che lo sport tolga grazia alle ragazze, condannandole a non prendere marito, è durato molto a lungo.

Per tanto tempo, infatti, la donna nello sport è stata vista come una presenza anormale, perché andava a contrapporsi all'immagine della donna curata, svenevole e dedita solo alla famiglia e ai lavori di casa. Portatrice di valori come grazia, bellezza, sensibilità e fragilità, la donna sportiva strideva perché immaginata rude, sgraziata, priva di femminilità e di decoro. A quei tempi, del resto, i termini associati allo sport (forza, coraggio e tenacia) erano ritenuti strutturalmente incompatibili con la femminilità.

Oggi, in Italia, per ogni 100 uomini ci sono 70 donne che praticano attività sportiva. Dieci anni fa erano 50 contro 100.

Un cammino irto di difficoltà (“una strada in salita e con un sasso nella scarpa” come ha detto la campionessa di boxe Stefania Bianchin); di ingiustizie (era netta Mabel Bocchi, regina del basket: “a loro la diaria, a noi niente. Come se non dovessimo fare telefonate pure noi e lavarci le magliette. A loro alberghi 5 stelle e noi dove capita”); da gestire con intelligenza (“e con il muscolo numero uno in funzione: il cervello” disse Novella Calligaris).

Non a caso, la Gazzetta dello sport, il quotidiano maschile per eccellenza (sebbene portatore di “tutto il rosa della vita”), ha organizzato al Museo del Risorgimento di Milano (dal giugno al settembre 2011) la mostra Donna è Sport nell'Unità d'Italia 1861-2011. Le loro vittorie non erano solo frammenti preziosi dell'enciclopedia dello sport, ma tessere di un mosaico molto più ampio, della metamorfosi della cultura e del costume di un intero Paese.

Perché, accanto alla prima italiana che partecipò a una olimpiade nel 1920 (la grintosa Rosetta Gagliardi), vi fu Lella Lombardi, dimenticata nonostante il mezzo punto conquistato durante il Gran Premio di Spagna di Formula 1 nel 1975. E ancora, lo scatto di Ondina Valle, le bracciate della Calligaris prima e della Pellegrini poi, i salti di Sara Simeoni. È il romanzo delle sorelle d'Italia scritto tra conquiste civili, sociali e successi sportivi.

Nel gennaio 2003 Candido Cannavò (che, tra tutti i direttori della Gazzetta, fu senz'altro quello più attento all'impegno muliebre nello sport) scrisse: “ho conosciuto le pioniere e le eroine, le missionarie della fatica come Paola Pigni, le paperine miracolose come Novella Calligaris e le grandi atlete naturali e solenni come Sara Simeoni, capaci di sfidare il mondo. Il loro fascino si incrociava con il nostro stupore. Ora è diverso: l'élite del nostro sport è donna”. Così almeno dicono, inequivocabilmente, i risultati.

Biografie:

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Libri:

  • Edmondo De Amicis, Amore e ginnastica (1892)
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