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La costruzione dello Stato e i nuovi indirizzi politici » La Sinistra parlamentare  
 


 

 
Ritratto fotografico di Agostino Depretis  

Nei primi parlamenti dell'Italia unita, alla maggioranza parlamentare di Destra si oppose un eterogeneo raggruppamento di Sinistra costituito da esponenti del tradizionale gruppo della Sinistra subalpina, capeggiato da Angelo Brofferio e Agostino Depretis, da democratici di estrazione mazziniana e garibaldina come Francesco Crispi, Agostino Bertani, Nino Bixio, Giovanni Nicotera e Benedetto Cairoli o da democratici toscani come Francesco Domenico Guerrazzi.

I mazziniani e i repubblicani più intransigenti si rifiutarono di partecipare all'attività politica parlamentare ma influenzarono notevolmente, almeno fino al 1867, le scelte della Sinistra parlamentare che rimase spesso in bilico tra l'ala legalitaria e quella rivoluzionaria.

A partire dalla crisi di Aspromonte del 1862, però, la prospettiva rivoluzionaria iniziò un lento declino e la centralità del Parlamento diventò lo spartiacque destinato a dividere l'ala rivoluzionaria mazzinian-garibaldina da quella democratico-parlamentare.

Dopo il fallimento di Aspromonte – che segnò una sconfitta inequivocabile per tutto lo schieramento democratico ma anche un momento chiarificatore in cui iniziarono a distinguersi posizioni di distacco dalla prospettiva insurrezionalista – si accese un aspro dibattito tra i democratici che trovò il suo apice tra il 1863 e il 1864 quando Agostino Bertani e Giovanni Nicotera cercarono di far dimettere per protesta, contro la politica «repressiva» dei moderati, tutti i deputati della Sinistra. Nonostante l'adesione di Garibaldi e il plauso di Mazzini, il tentativo fu osteggiato da Francesco Crispi e Antonio Mordini e la proposta non incontrò larghe adesioni.

Se la crisi del dicembre 1863 non aveva ancora del tutto diviso l'ala legalitaria dall'ala rivoluzionaria della Sinistra, la decisione di costituire, il 25 dicembre del 1863, un Comitato Unitario Centrale con lo scopo di coordinare le iniziative rivoluzionarie, riuscì, da un lato, a riavvicinare Mazzini a Garibaldi ma isolò, dall'altro, l'ala legalitaria da quella rivoluzionaria facendo sì che i moderati potessero di nuovo scagliare contro la Sinistra l'accusa di estremismo.

Un primo momento di svolta, però, tra la prospettiva rivoluzionaria e quella parlamentare, avvenne nel 1864, a seguito del dibattito sulla convenzione di settembre, per opera di Francesco Crispi che in un vigoroso, quanto celebre, discorso alla Camera dei deputati – dopo aver dichiarato che «la monarchia è quella che ci unisce, la repubblica ci dividerebbe» – affermò di voler rimanere all'interno della legalità e che «il tempo delle rivoluzioni» era «finito».


 

 
G. Isola - Francesco Crispi (1819-1901) - 1863 ca. - Carte de visite - Archivio Storico Civico - Pavia  

Il discorso del politico siciliano apparve come una rinuncia definitiva, almeno per la gran parte della Sinistra che sedeva in Parlamento, alla coesistenza tra legalità e rivoluzione ed apriva la strada alle riforme amministrative, fiscali e alla concreta lotta politica contro le tante ingiustizie e sperequazioni della società italiana.

Nel 1865, dunque, all'interno della Sinistra parlamentare si erano delineate tre correnti: quella di Mordini tendente alla collaborazione con lo schieramento costituzionale; quella di Crispi che voleva portare la Sinistra al potere per vie legali senza compromessi con la Destra; e quella estrema di Agostino Bertani che voleva aprire la via alla repubblica attraverso una serie di riforme radicali.

Il 1867 segnò un momento decisivo per le sorti della Sinistra parlamentare. Nell'autunno, infatti, l'iniziativa garibaldina a Mentana aveva trascinato nel tentativo insurrezionale anche la Sinistra parlamentare proprio mentre con l'appoggio dato al governo Rattazzi stava mostrando al paese la sua capacità di essere una forza di governo.

La sconfitta di Mentana se da un lato testimoniò il fallimento dell'azione della Sinistra parlamentare – che non avendo saputo opporsi al tentativo insurrezionale si era adoperata nell'impossibile tentativo di mediare tra il governo e la rivoluzione – dall'altro lato, però, sancì il definitivo declino di una prospettiva rivoluzionaria tanto che Agostino Bertani scrisse a Crispi che «finito il garibaldinismo» ognuno doveva ormai agire «secondo le proprie convinzioni».

In questo mutato contesto politico, una parte della Sinistra decise di orientare le proprie scelte politico-parlamentari all'insegna di un cauto riformismo amministrativo e tributario lasciando in sospeso le grandi progettualità politiche sul completamento dell'unità territoriale della penisola.

Da queste premesse, nel 1867, nacque il cosiddetto “terzo partito” di Mordini, cui si avvicinò per un periodo anche Depretis, con l'obiettivo di riformare il ruolo della Sinistra con «formule più ristrette e quindi più concrete e pratiche». La condanna da parte di Crispi e Bertani dell'iniziativa di Mordini non evitò l'evoluzione in senso moderato della Sinistra tanto che dopo la morte di Rattazzi, nel 1873, Depretis venne preferito a Crispi nella guida dell'opposizione parlamentare. Nel 1876, dopo il discorso di Stradella, prese avvio l'età della cosiddetta “Sinistra storica” il cui leader indiscusso, fino alla morte avvenuta nel 1887, fu senza dubbio Agostino Depretis.

 

Il Comitato Centrale Unitario

Il documento che riproduciamo è l'atto costitutivo del Comitato Centrale Unitario siglato a Caprera il 25 dicembre del 1863. La formazione del nuovo organismo, reso pubblico con una circolare del 3 gennaio 1864, cui fu allegato un proclama di Garibaldi, soddisfece le aspettative dell'ala rivoluzionaria ma non convinse l'ala legalitaria dello schieramento di Sinistra.

Atto costitutivo del Comitato Centrale Unitario, in A. Scirocco, I democratici italiani da Sapri a Porta Pia, Napoli, ESI, 1969, pp. 519-521.

 

La campagna elettorale del 1865

In questa lettera di Francesco Crispi, scritta per la campagna elettorale del 1865, si può cogliere lo sforzo di elaborazione di un embrionale programma politico che si basava su una serie di proposte di riforme amministrative e che superava, una volta per tutte, il classico schema democratico in cui si rivendicava l'azione popolare per il completamento dell'Unità d'Italia.

Ai miei amici di Sicilia, in A. Scirocco, I democratici italiani da Sapri a Porta Pia, Napoli, ESI, 1969, pp. 525-531.

 

L'affermazione della sinistra parlamentare

In queste pagine, lo storico Alfonso Scirocco sottolinea il ruolo di Francesco Crispi nell'affermazione dell'ala legalitaria su quella rivoluzionaria all'interno della Sinistra parlamentare. Crispi, secondo Scirocco, si assunse il compito storico di squarciare gli equivoci, che dal 1861 circondavano la Sinistra parlamentare legata a Garibaldi e ai suoi tentativi rivoluzionari, dichiarando finita l'era della rivoluzione e presentandosi al paese come un partito d'ordine.

A. Scirocco, I democratici italiani da Sapri a Porta Pia, Napoli, ESI, 1969, pp. 282-291.

 

Da Sapri a Porta Pia

Alfonso Scirocco, nelle seguenti pagine, traccia una breve sintesi dell'evoluzione politica dei democratici italiani, dal fallimento della spedizione di Sapri del 1857 alla presa di Roma del 1870. In poco più di un decennio, la Sinistra parlamentare si staccò dalla prospettiva rivoluzionaria mazzinian-garibaldina e, sotto la guida di Crispi e Mordini, varò un programma di riforme diventando l'interprete degli interessi della piccola e media borghesia.

A. Scirocco, I democratici italiani da Sapri a Porta Pia, Napoli, ESI, 1969, pp. 478-486.


La Sinistra e le nuove “classi emergenti”

Lo storico Fulvio Cammarano fornisce una sintetica ed efficace descrizione del sistema politico dell'Italia liberale soffermandosi, in particolar modo, sulla rappresentanza sociale della Sinistra parlamentare, espressione «non tanto di una società civile» quanto piuttosto delle «nuove classi emergenti» che si erano arrischiate nell'impresa della costruzione del nuovo Stato nazionale.

F. Cammarano, Storia politica dell'Italia liberale, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 29-34.

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