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I valori » La Costituzione  
 

La Costituzione è uno dei grandi miti politici dell'Ottocento. Esso contiene i temi fondamentali della civiltà liberale del secolo XIX: la divisione dei poteri, le istituzioni rappresentative e quindi il governo per consenso dei governati, la supremazia della legge e il principio di uguaglianza; l'uguale sottomissione, cioè, di tutti alla medesima legge.

Dalla Spagna, all'Italia, alla Grecia, nei primi vent'anni del secolo la Costituzione alimenta un movimento che giunge fino alle steppe dell'Impero russo con il movimento decabrista (1825). Studenti e professori universitari, ufficiali degli eserciti europei dell'età della Restaurazione, ma anche borghesi e nobili, forniscono la base del movimento. Sono riuniti in leghe e fratellanze cospirative: Comuneros in Spagna, o Sinedrio in Portogallo, Carboneria in Italia, Tugendbund (Lega della Virtù) in Germania, Eterìa in Grecia. La loro idea di Costituzione è largamente ispirata al modello della Costituzione spagnola del 1812.

Ci sono almeno due modi diversi di essere della Costituzione nel corso dell'Ottocento: come concessione sovrana, di un monarca il quale, rivolgendosi direttamente ai propri sudditi, decide con atto unilaterale di regolare la propria autorità altrimenti illimitata e al cui esercizio i sudditi sono chiamati a partecipare; e, viceversa, la Costituzione come espressione della volontà rivoluzionaria di un'assemblea costituente che organizza un nuovo potere.

Per quanto riguarda la vicenda italiana, queste differenze sono molto importanti per individuare i termini effettivi del compromesso stipulato tra la monarchia e il liberalismo nel corso del Risorgimento, così come le ragioni del conflitto che, in seno al movimento nazionale, oppose i liberali ai democratici.

 


 

  Carlo Alberto firma lo Statuto - Museo Nazionale del Risorgimento - Torino

Per i liberali, la Costituzione doveva assicurare lo sviluppo delle libertà politiche e civili, nell'ambito di un equilibrio tra potere monarchico e potere parlamentare; mazziniani e garibaldini invece intendevano subordinare l'unità italiana al pronunciamento di un'assemblea dei rappresentanti dei vecchi Stati via via liberati.

Fu la strada tentata dalla Repubblica romana: il 16 gennaio 1849 il governo provvisorio di Roma decretò che le elezioni per l'assemblea dello stato romano si sarebbero fatte con il doppio mandato, per la Costituente romana e per la Costituente italiana.

Il tema della Costituente si presentò a varie riprese in occasione dei plebisciti per l'annessione degli Stati preunitari al Piemonte. Sia nel '48 per l'annessione della Lombardia dopo Le Cinque Giornate, sia nel Mezzogiorno, all'indomani della vittoria garibaldina, i dirigenti mazziniani cercarono invano di affermare l'idea che le popolazioni interessate votassero unicamente l'annessione al nuovo Stato, con l'impegno tuttavia che avrebbe dovuto essere una assemblea costituente, e non già lo Statuto albertino, a definirne l'ordinamento.

La contrapposizione tra liberali e democratici trovava alimento nell'origine particolare delle Costituzioni entrate in vigore tra il febbraio e il marzo del 1848 a Napoli, a Firenze e a Torino. Faceva eccezione Palermo, che fu la prima città ad insorgere in gennaio. Lì, il movimento rivoluzionario chiese che fosse ripristinata la Costituzione siciliana del 1812, una Costituzione autonomistica a suo tempo appoggiata dall'Inghilterra, mai formalmente abrogata dai Borbone e che un Parlamento avrebbe dovuto adattare ai tempi nuovi.

Molte differenze distinguevano tuttavia tra loro le Costituzioni italiane e non su questioni secondarie. Se, ad esempio, la Costituzione di Napoli e lo Statuto di Torino lasciavano al re l'esercizio esclusivo del potere esecutivo mentre quello legislativo era condiviso con le due Camere, di cui una elettiva sulla base del censo, sensibili erano le distinzioni nei confronti della sfera delle libertà civili e religiose.

Ciò che contraddistingueva le Costituzioni italiane del 1848 era la loro natura di atti unilaterali da parte dei sovrani. Lo Statuto albertino, come tutte le Costituzioni concesse nel 1848, imitava la Costituzione francese del 1830, ma in realtà risaliva ancora più indietro, addirittura alla Carta promulgata da Luigi XVIII all'atto della sua restaurazione sul trono di Francia nel 1814. Come quella, anche le Costituzioni italiane erano tutte octroyées (concesse).


 

 
Fazzoletto in seta che riporta la Costituzione concessa da Ferdinando II l'11 febbraio 1848 - Museo Centrale del Risorgimento - Roma  

A Napoli, la Costituzione (10 febbraio 1848) stabiliva, ad esempio, che l'unica religione dello Stato sarebbe stata «sempre» la cristiana cattolica apostolica romana e che non sarebbe mai stato permesso l'esercizio di nessun'altra religione (art. 3: «l'unica religione dello Stato sarà sempre la Cattolica Apostolica Romana, senza che possa mai essere permesso l'esercizio di alcuna altra religione»; testo scritto da Francesco Paolo Bozzelli); a Torino (4 marzo 1848), invece, il riconoscimento del cattolicesimo come sola religione dello Stato veniva enunciato insieme all'assicurazione della tolleranza per i culti esistenti.


 

 
T. van Elven -  18 Febbraio 1861: Apertura del Primo Parlamento italiano - Museo Nazionale del Risorgimento - Torino   

Va anche sottolineato, che mentre a Napoli la Costituzione non contemplava la libertà di riunione e di associazione, lo Statuto garantì la libertà di stampa in modo più largo che non nel Mezzogiorno continentale e un articolo, il 32, riconosceva in modo esplicito il diritto dei cittadini di riunirsi. La cosa più importante da ricordare è che lo Statuto albertino fu poi l'unica delle Costituzioni italiane del 1848 a non essere abrogata una volta sconfitta la rivoluzione.


 

 
S. Galletti - Monumento in bronzo a Cavour - 1895 - Piazza Cavour - Roma  

Se dunque è vero che, come tutte le altre Carte di quell'anno, anch'essa nasceva da una concessione sovrana, bisogna sottolineare come lo Statuto piemontese fu la cornice dentro la quale la monarchia costituzionale sabauda poté evolvere con sicurezza in direzione di un regime parlamentare sviluppato, grazie alla correttezza istituzionale di Vittorio Emanuele II e alla sagacia politica, ferma e insieme moderata, del gruppo dei liberali piemontesi che ebbero in Cavour il loro massimo esponente.

Alla fine di questa transizione il Regno di Sardegna presentava delle caratteristiche molto diverse dalla monarchia assolutista che nella primavera del 1848 si era ridotta a concedere lo Statuto per evitare che il movimento costituzionale assumesse forme più radicali.

Lo Statuto albertino rese possibile in altri termini l'incontro e l'equilibrio tra il potere del re e il potere del Parlamento, secondo un assetto che era sicuramente il più avanzato nell'Italia del tempo e allineava la monarchia sabauda al grande movimento del liberalismo europeo del secolo XIX.

L'artefice di questa transizione fu Cavour, che più di ogni altro seppe manovrare gli strumenti del nuovo regime rappresentativo, imporre al sovrano l'autorità e l'indipendenza del Parlamento e introdurre nella vita politica il principio cardine del moderno costituzionalismo, e cioè che il governo deve comunque godere del voto di fiducia della maggioranza parlamentare indipendentemente dalla nomina regia.

 


 

 
Immanuel Kant  (1724—1804)  

 

La Costituzione repubblicana

In una serie di saggi scritti e pubblicati tra il 1793 e il 1797, Immanuel Kant fissa i principi fondamentali della Costituzione repubblicana, che ritiene sia la Costituzione del futuro alla quale tutti i governi dovranno conformarsi. Kant distingue tra il principio di libertà e quello di uguaglianza e fissa la celebre distinzione tra forma di Stato e forma di governo.

I. Kant, La metafisica dei costumi, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 139-177.

 

La sovranità popolare

Nell'elaborazione del liberalismo ottocentesco il richiamo al popolo sovrano conserva un posto di rilievo, ma viene totalmente assorbito dal ruolo del legislatore. Esso, infatti, viene spogliato del potere di riscrivere continuamente la Costituzione e la sua sovranità iscritta e limitata dalla Costituzione stessa. Benjamin Constant contribuisce alla ridefinizione in senso liberale del concetto di sovranità popolare.

B. Constant, Prinicipi di politica (1815), a cura di U. Cerroni, Roma, Editori Riuniti, 1970, pp. 53-62.

 

La Costituzione della Repubblica romana

Il documento riporta la Costituzione della Repubblica romana. Essa venne approvata il 3 luglio del 1849, mentre la città veniva assediata dall'esercito francese.

 

Lo Statuto albertino

Il 4 marzo 1848 veniva promulgato lo Statuto albertino che trasformava il Piemonte in una monarchia costituzionale. Grazie ai diritti e alle libertà concessi ai cittadini, il Piemonte divenne presto il cuore del movimento nazionale e un rifugio per moltissimi patrioti perseguitati negli altri Stati della penisola. Con l'Unità, lo Statuto venne esteso al resto d'Italia.

 

Lo Statuto albertino e le Costituzioni italiane del 1848

Per quasi cento anni, fino al biennio 1944-1946, e pur con modifiche, lo Statuto albertino è stata la Carta fondamentale dello Stato italiano, salvo il periodo fascista in cui sostanzialmente cessò di valere. Nino Cortese nel 1945, alla vigilia del Referendum, tornava a riflettere sul movimento per la costituzionale del biennio 1848-1849.

N. Cortese, Le Costituzioni italiane del 1848-49, Napoli, Libreria Scientifica Editrice, 1945, pp. III-XXX.

 

Cavour e la Costituzione

All'inizio del 1848, il Regno di Sardegna attraversava una crisi politico-istituzionale prodotta dalle stesse riforme concesse dal sovrano nei mesi precedenti. Si era venuta determinando una situazione nuova alla quale non corrispondeva più l'ordinamento della vecchia monarchia assolutistica. Per uscire da questa impasse e per evitare che la crisi degenerasse in un conflitto radicale, Cavour ritenne necessario che il Re concedesse la carta costituzionale. Cavour si fece interprete di questa esigenza in un articolo apparso l'8 gennaio del 1848 nelle pagine del «Risorgimento», il giornale politico da lui diretto. Quell'articolo uscì nei giorni in cui a Torino era giunta una delegazione di cittadini genovesi che recava al Re il testo di una petizione con quindicimila firme in cui si chiedeva l'espulsione dei Gesuiti e l'instaurazione della Guardia civica. Nelle stesse ore i direttori dei principali giornali torinesi si riunivano all'Albergo d'Europa per discutere la situazione e sostenere la causa di Genova. Fu lì che Cavour avanzò la proposta della Costituzione. La proposta generò una violenta opposizione soprattutto tra le fila dei liberali radicali, che consideravano Cavour un provocatore. Pubblichiamo di seguito i documenti cavouriani di quei giorni: l'articolo per «Il Risorgimento», il testo del resoconto della riunione all'Albergo Europa, steso da Cavour e inviato al Re per discolparsi dalle accuse che gli erano state mosse e, infine, un articolo di due mesi dopo, steso sempre per il «Il Risorgimento», quando ormai lo Statuto era stato pubblicato, e dove Cavour fornisce un'analisi della Costituzione del Regno di Sardegna per difenderne l'impianto dai suoi critici più radicali.

C. Cavour, Tutti gli scritti, raccolti e curati da C. Pischedda – G. Talamo, Torino, Centro di Studi Piemontesi, 1976, pp. 1030-1036; 1113-1116.

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